Archivio della categoria 11, 2007

Il progetto energetico della Confindustria inglese

admin 27 11, 2007

di Beppe Caravita

La Confindustria inglese ha raccolto la sfida del rapporto Stern (di un anno fa) e ha pubblicato un suo progetto operativo di riduzione del 50% delle emissioni di gas serra inglesi al 2030.

Per la prima volta in un paese europeo abbiamo un progetto con i piedi per terra per uscire dal rischio di apocalisse. Questo.

Si fonda su una manovra su quattro grandi settori e in due tempi:

La ricetta conclusiva, in una frase è: combinare l�efficienza energetica diffusa con grandi operazioni di taglio delle emissioni nella generazione elettrica e nei trasporti.

Per arrivare a questa conclusione la Task force delle diciotto multinazionali si è servita di uno scenario elaborato dalla McKinsey che focalizza, da qui al 2030 (gli anni più difficili per l�avvio della grande trasformazione) su quattro settori chiave: la casa e l’ambiente domestico (il 31% nel potenziale di riduzioni), l’energia (il 29%), i trasporti (24%) e l’industria (17%).

Con una manovra a due stadi. Subito le iniziative incentivate di risparmio energetico più semplici e immediatamente attuabili (isolamento termico degli edifici esistenti e case nuove almeno per il 40% più efficienti di quelle attuali), e poi manovra sugli standard e persino ribasso dell’Iva (su scala europea) per gli elettrodomestici bianchi di classe A+, insieme a programmi per adottare le stesse soluzioni di ottimizzazione dei consumi per quelli bruni (elettronica di consumo). E quindi, dal 2020, diffondere pienamente, per ogni nuova costruzione, i prototipi edilizi a zero emissioni.

Nell�energia il documento degli industriali, a misura di Gran Bretagna, punta su tre opzioni: eolico (sia onshore che offshore) su vasta scala (tremila siti al 2030), cattura e confinamento sotterraneo della Co2 proveniente dalle centrali a carbone e a gas (Ccs), rifacimento e estensione del parco di centrali nucleari inglesi, oggi ai limiti di anzianità, su almeno 12 siti a fine periodo. Un programma che può partire subito sulle wind farm diffuse ma che dovrà attendere almeno il 2015 per il primo impianto dimostrativo Ccs. E al 2018 per la prima centrale nucleare allo stato dell’arte. Ma subito dopo, per ambedue in accelerazione. Insieme alla costruzione di una rete nazionale (analoga a quella del gas) per convogliare la Co2 nei siti profondi di stoccaggio.

Prima, però, gli investimenti sulla rete elettrica “smart”, con diffusione ampia dei contatori intelligenti a misura di bollette differenziate e di gestione, anche locale (microgenerazione) delle rinnovabili.

Trasporti: il passaggio generalizzato ai biofuels è ancora prematuro, dice il documento. Almeno fino a quando non avranno dimostrato un bilancio positivo di minori emissioni (ancora dubbio) e una non sovrapposizione con l’agricoltura alimentare. Intanto, puntando su veicoli più efficienti e ibridi, il mercato inglese potrà già nel 2010 contare su un parco di 2,5 milioni di veicoli più efficienti del 15-20% su quelli odierni. E intanto attrezzare una prima rete di stazioni di servizio (5mila siti) per i biofuel avanzati (come quelli da cellulosa). Al 2030, via ibridi, elettrici e a biocarburanti, è realistico pensare ad auto nuove tutte più efficienti del 40% sui modelli attuali. E lo stesso vale per i trasporti aerei, dove una migliore ottimizzazione (non congestiva) degli aereoporti può fare molto nel breve termine, preludendo al passaggio a velivoli meno energivori, o persino a biocarburanti, nella seconda fase del periodo.

Infine l�industria. Qui lo scenario si concentra su due punti chiave di consumo elettrico: frigoriferi industriali e motori elettrici ottimizzati (Vsd, a velocità variabile). Una volta a punto le tecnologie il progetto inglese ne prevede l’adozione, sui modelli nuovi, praticamente obbligatoria, fino a coprire al 2030 il 40% di tutti i motori, pompe, compressori di refrigerazione.

Queste le coordinate del quadro di investimenti che, secondo la Task force, dovrebbero assicurare quel vitale 50% in meno di emissioni al 2050. E l�avvio di un mercato e di un�economia all�avanguardia. E non solo in Europa.

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Il progetto, studiato da 18 multinazionali sulla base di un report della McKinsey, potrà non piacere laddove, per esempio, propugna l’obbiettivo di 12 nuove centrali nucleari in Gran Bretagna (ovvero il rimpiazzo, con estensione, delle attuali, ormai risalenti a mezzo secolo fa).

Ognuno ha le fonti energetiche che ha. Loro hanno vento e nucleare. Noi, magari potremmo mettere in pista più solare e più geotermia…

Ma quello che mi preme in questo post è rilevare che ancora, per la terza volta, oltre metà della fuoriuscita dall’Apocalisse viene statuita come un affare di risparmio e di efficienza energetica. Pistorio lo sostiene da tempo in Industria 2015, la Clinton pure, e ora arriva, sulle stesse coordinate, la Confindustria britannica.

Coibentare case, ridurne le emissioni, ridurre i consumi di elettrodomestici bianchi e neri, adottare motori elettrici domestici e industriali più avanzati, sviluppare una rete elettrica meno rigida e stupida, adottare caldaie e frigoriferi più moderni. Non mi paiono progetti insormontabili, nemmeno per la Cina.

Specie se su queste attività, a media tecnologia, si giocherà un grosso pezzo della transizione dei mercati nei Paesi industriali. Chi non saprà produrre queste soluzioni resterà tagliato fuori, anche dai nuovi standard tecnici per vendere nell’Unione Europea o in Usa…

E’ il messaggio anche dei tedeschi. Come sempre puntuali agli appuntamenti.

Quindi conviene a Cina e India smetterla di fare gli imbecilli e darsi una mossa. Cominciando dalla conferenza di Bali.

Dove, in pratica, La novità sarà la showroom dei progetti nazionali. Alias nuovi e più alti requisiti di mercato per esportare nei Paesi più ricchi.

Spero serva.

Rigassificatori e rinnovabili in Cina

admin 21 11, 2007

Due notizie da approfondire:

  1. A TUTTO GAS da RAI Report a propositori di rigassificatori
  2. Cina, il futuro energetico è rinnovabile
    studio ambientalista ribalta i luoghi comuni
    da repubblica.it

La curiosità conta più dell’età

admin 16 11, 2007

di Francesco Giavazzi
da “Il Corriere della Sera” di giovedì 15 novembre 2007

Se chiedete al professore di un’università americana quali siano i giorni più avvincenti del suo anno accademico non avrà dubbi: le prime settimane di settembre. Sono i giorni in cui nei dipartimenti
arrivano i nuovi professori: giovani assunti sul mercato accademico, ma anche professori più anziani «rubati» a qualche altra università. Portano idee, progetti per nuovi corsi.
Le discussioni nei corridoi si accendono: è una frustata di freschezza per tutti. Jirnrny Cayne, il capo di Bear Stearns, una grande banca di New York, spiega così il suo lavoro: «Il compito più difficile è convincere i nostri giovani bnllanti a non lasciarci, e spiegare ad altrettanti candidati perché dovrebbero accettare la nostra offerta di lavoro. Per noi il talento è la risorsa più preziosa e più rara: è difficile attrarlo e ancor piìi difficile trattenerlo. Se ho successo in questo compito mi sono ripagato lo stipendio».
Un giorno chiesi a Wim Bishoff, l’ex capo di Schroders, un’antica banca inglese, quale regola seguisse per assumere i giovani; «Prima scorro l’elenco dei laureati in lettere classiche, poi in matematica e fisica: se proprio non trovo nessuno dispostoa lavorare con noi, assumo un giovane uscito dalla London School of Economics», Sorprendente? «No, una volta assunti li invito a colazione ed espongo loro i problemi della banca. I laureati in lettere classiche, i matematici e i fisici per Io più dimostrano di non capire di che cosa si stia parlando; ma ogni tanto il loro modo di vedere le cose è talmente inusuale che improvvisamente capisco come risolvere un problema che fino a quel momento ci pareva senza ve d’uscita. Quanto ai laureati della London School, mi ripetono ciò che ho letto al mattino sul Financial Times; raramente imparo qualcosa. (In Italia, sessant’anni fa, lo aveva già capito Raffaele Mattioli).
Che cosa c’è di comune in questi esempi? La curiosità. Le società aperte sono innanzitutto società curiose, Paesi in cui la curiosità verso il mondo e la meraviglia verso la vita sono tratti comuni, anche di chi ha raggiunto il potere o posizioni prestigiose. Sbaglia chi pensa che il rinnovo della classe diii- gente sia innanzitutto e solo un problema di età (un’opinione condivisa dall’analisi che la Fondazione Giovanni Agnelli presenterà sabato al seminario dell’Aspen Institute dal titolo: «Il merito non l’età è il fattore discriminante»). Certo, l’età conta, ma ancor più conta la curiosità. A ottant’anni compiuti il premio Nobel Franco Modigliani trascorreva ore con i nuovi colleghi per cercare di capire la loro ricerca, che spesso usava tecniche matematiche a lui in- comprensibili. Non desisteva mai; (“Se il risultato è giusto devo essere in grado di capirlo”). E con il medesimo desiderio di conoscere interrogava i loro figli, curioso di come evolvesse l’insegnamento della matematica o della storia nelle scuole elementari.
Sono esempi purtroppo rari. Gli uomini, invecchiando, solitamente pensano di aver raggiunto la saggezza e smettono di ascoltare. Il guaio è che, così facendo, spengono la mente dei giovani, i quali, anziché imparare a pensare con la loro testa, imparano a conformarsi alle idee dei loro superiori anziani, perché questo è il modo facile per far carriera.

Romano Prodi ha riempito Palazzo Chigi di suoi fedelissimi. Persino il suo collega bolognese, il professor Paolo Onofri, colui che nel 1996 aveva ideato un’intelligente riforma del welfare, questa volta è stato lasciato a casa. Ha il torto di pensare con la propria testa. E allora non c’è da stupirsi se la presidenza del Consiglio si sente in «fortino assediato». Dagli assedi ci si libera con un’idea che sorprende il nemico: difficile scovarla se si passa il tempo a convincere il capo di quanto egli sia bravo.

Senza curiosità non può esservi merito. Perché il talento, come dice Jimmy Cayne, va scovato. Ciò che ha spento la nostra università è la scomparsa della curiosità per la ricerca scientifica; ne è la prova un sistema retributivo basato esclusivamente sull’anzianità. Brevettare una scoperta, pubblicare su una prestigiosa rivista internazionale è ininfluente: lo stipendio procede solo con gli anni, indipendentemente dalla qualità della ricerca e anche dell’insegnamento. Per permetter si di accedere all’università occorre essere ricchi, perché gli stipendi dei giovani sono miserrimi, ma a 6o anni i nostri professori sono pagati più o meno come i loro colleghi inglesi.

E’ un vizio non solo dell’università. I dati sulle retribuzioni nell’industria, citati due settimane fa dal Governatore Draghi mostrano che, in media, tra stipendi italiani ed europei c’è una differenza di circa il 30%. Ma non equamente distribuita: la differenza è molto maggiore per i giovani, si annulla a 55 anni. E allora non c’è da sorprendersi se alla domanda; «Preferisci un lavoro sicuro, anche se meno redditizio, uno meno sicuro ma con migliori prospettive di reddito»? sei giovani su dieci rispondono (l’indagine è di Renato Mannheimer) di preferire quello sicuro anche se mal pagato. «Supponiamo che un’azienda attraversi un periodo fondo e decida di aumentare gli stipendi: preferiresti aumenti uguali per tutti, riservati a quelli che più ne hanno bisogno o a chi ha lavorato meglio»?: 4,4 su 10 rispondono o a tutti in egual misura o a chi ne ha più bisogno. Ma non è colpa dei giovani se dimostrano così poca audacia e così tanta avversione al rischio. Hanno semplicemente capito di vivere in una società basata sull’anzianità anziché sul merito, Se si premia solo l’anzianità, allora è comprensibile che i giovani preferiscano aumenti uguali per tutti; così almeno qualche giovane meritevole verrà premiato.

Telecom è una delle maggiori aziende italiane. Gli azionisti stanno cercando un nuovo capo azienda. Ci aspetteremmo che incaricassero una società di «cacciatori di teste» di scovare l’amministratore delegato più bravo disponibile sul mercato, poco importa se italiano. Invece le banche azioniste vogliono decidere loro, preoccupate che arrivi un capo azienda che magari decida di affidare i conti e la finanza di Telecom ad un’efficiente banca inglese. Altro che merito!

Segnali più incoraggianti provengono dalle imprese medie e piccole. Un’indagine della Banca d’italia segnala un rilevante ricambio generazionale:
nelle imprese industriali con oltre 50 addetti i capi azienda nel 2006 erano più giovani e con un livello di istruzione superiore, a quanto si osservava nel 2002: la quota di capi azienda con oltre 65 anni è diminuita dal 37 al 24 per cento; la quota di quelli di età compresa tra 36 e anni è aumentata dal 29 aI 44 per cento; la quota dei laureati è salita dal 23 al 38 per cento. Il ricambio generazionale è spesso collegato ad un mutamento nelle strategie aziendali e la performance dell’impresa è inversamente correlata con l’età del capo azienda.
La curiosità nasce nella scuola perché se una mente a diciott’anni si spegne è difficile che poi si riaccenda. Ma rifondare la scuola non significa programmi ministeriali, tabelle, contratti, le cose di cui i governi si occupano e che non ne hanno evitato il degrado. E’ giunto il momento di una riflessione più profonda che parta dalla consapevolezza che è la scuola la chiave di volta del nostro futuro.

Lo studio legale più grande d’Italia

admin 11 11, 2007

da “repubblica.it

E’ il più grande studio legale d’Italia: quattrocento avvocati, coadiuvati da laureati in legge e operatori sociali. E’ anche il più esteso: nato a Bologna nel dicembre del Duemila per iniziativa dell’associazione “Amici di Piazza Grande Onlus”, ha uffici da Verona e Bari, da Venezia a Taranto, da Bolzano e Napoli. Altri stanno per essere aperti a Milano e Palermo, Firenze e Caserta. La storia del progetto “Avvocato di strada” è ora raccontata in un libro collettivo pubblicato dall’editore Arena il cui titolo è “I diritti dei minori”. Dove “minori” non sono solo i minorenni ma tutti quelli che si trovano in condizione di minorità rispetto agli altri: per condizioni fisiche e mentali, per condizione sociale. L’Avvocato di strada si è fatto carico di un’impresa molto complicata: rendere effettivo il principio di uguaglianza.

Benché sia un concetto banale, che ognuno nel corso della sua vita ha modo di sperimentare, tra i diritti solennemente affermati nella Costituzione e la loro applicazione concreta c’è un labirinto di leggi all’interno del quale anche le persone più avvedute rischiano di perdersi. Figuriamoci un immigrato o un cittadino italiano privo di titolo di studio. A complicare le cose, l’atteggiamento spesso sbrigativo e liquidatorio dei funzionari pubblici ai quali è affidato il compito di dare applicazione concreta alle leggi.

Tra le testimonianze raccolte nel libro c’è quella di una giovane donna rumena che, approdata in Italia, trova lavoro come badante, resta incinta e perde sia il lavoro, sia la casa. Subito dopo il parto, un’infermiera le domanda se intenda riconoscere la sua bambina. “Ho avuto un attimo di esitazione. La domanda di quella infermiera, inattesa e terribile, aveva aperto per me uno spiraglio di speranza… Forse avrei potuto dimenticare quegli ultimi nove mesi e tornare a essere la ragazza spensierata di un tempo”.

Ci vogliono tre giorni prima che si renda conto dell’errore: la sola idea di separarsi dalla figlia adesso la strazia. Ma è troppo tardi. “Dal reparto avevano già inviato la segnalazione al Tribunale dei minorenni senza attendere quei dieci giorni che, per legge, io avevo a disposizione per pensare se divenire veramente la madre della mia bambina”.

La storia ha un lieto fine perché la giovane donna, dopo essere entrata in una casa famiglia, viene seguita anche sul piano legale e alla fine riesce a farcela: “Abbiamo trovato una casa a un nuovo lavoro e anche il Tribunale ha dovuto credermi: un nuovo pezzo di carta ci ha reso libertà e dignità”.

La vita è disseminata di “pezzi di carta” che possono modificare i destini. Basta un attimo, e il vento della legge li spazza via per sempre. L’avvocato di strada sa come raccoglierli e come ricomporli. Anche per questo, nel 2001, ha avuto il premio della Fondazione italiana per il volontariato come miglior progetto rivolto alle persone senza fissa dimora.

Nella prefazione, don Giovanni Nicolini scrive che la differenza tra l’avvocato di strada e l’avvocato tradizionale è questa: “L’avvocato di strada prende una decisione che non è solo quella di accogliere un personaggio ferito ma anche di scendere in strada a incontrarlo. In questo, ha un precedente storico: addirittura il Buon Dio”. Questo, naturalmente, per chi ci crede. Ma di certo, considerando l’individualismo che ancora caratterizza la professione forense, c’è qualcosa di miracoloso nella nascita e nella crescita di questo studio legale diffuso.

La verità (tutta) sui consigli di zona!

admin 06 11, 2007


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