Archivio della categoria 10, 2007

Onu: alla future generazioni solo un pianeta distrutto

admin 25 10, 2007

L’umanita’ sta cambiando il clima cosi’ rapidamente e sta consumando le risorse della terra con una tale voracita’ che lascera’ alle future generazioni un pianeta devastato. Questa la fosca previsione dell’Agenzia delle Nazioni Unite sull’ambiente (Unep) nel IV rapporto sulle prospettive globali della terra ‘GEO-4′ realizzata sulla base dei dati raccolti da 390 esperti negli ultimi 20 anni. Nelle 570 pagine del documento gli esperti ipotizzano che dopo le cinque estinzioni di massa verificatesi negli ultimi 450 milioni di anni, di cui l’ultima 65 milioni di anni fa, “la sesta e’ in corso e questa volta causata dall’uomo” Il clima sta cambiando piu’ velocemente ora che negli ultimi 500.000 anni. La temperatura media si e’ innalzata di 0,74 gradi nel secolo scorso e crescera’ invece da 1,8 a 4 gradi entro il 2100. A partire del 1850 undici degli anni piu’ caldi si sono registrati negli ultimi 12 anni. La responsabilita’ e’ da attribuire agli oltre sei miliardi di abitanti del pianeta, cosi’ tanti che “l’ammontare delle risorse necessarie a sostenerle supera quelle disponibili”. Questo anche in vista del 2050 quando si stima che sulla terra si raggiungera’ il picco tra 8 e 9,7 miliardi di abitanti. Il 60% dell’ecosistema e’ stato danneggiato ed e’ ancora sfruttato a livelli insostenibili. Tra le emergenze “l’ Africa dove il degrado della terra e la desertificazione sono una vera minaccia e dove la produzione di cibo pro capite e’ scesa del 12% dal 1981″. Non solo. Gli africani che vivono sotto la linea della poverta’ sono aumentati negli ultimi 20 anni passando dal 47,6% del 1985 al 59% del 2000.

da “repubblica.it

Il Pd e il gelo del Nord

admin 23 10, 2007

di Giuseppe De Rita

Cosa fatta per il Partito democratico, si può andare a capo. Occorre quindi guardare al futuro, ai problemi su cui il nuovo partito dovrà misurarsi e su cui sarà via via valutato; in particolare occorre guardare a due sfide delicate e complesse: quella del mondo giovanile e quella sul Nord Italia. Chi era andato ai seggi elettorali per un controllo visivo, aveva avuto la sensazione che in fila ci fosse in maggioranza gente matura d’anni. Nei giorni successivi ce ne hanno dato conferma dati più precisi: pur se di sondaggio solo il 19% dei votanti è sotto i 34 anni, mentre la metà di essi va oltre i 54 anni. È troppo presto per sollevare il dubbio che il Pd sia un partito di anziani, che vi si riconoscono in quanto forza di riformismo serio e pacato, lontano da tentazioni estremistiche. Ma non è troppo presto per riflettere sul pericolo di precoce senilità di un partito appena nato.

Si tratta di una riflessione urgente, perché il mondo giovanile rappresenta un oscuro contenitore: può essere un invaso di tensioni anche gravi e dure, per le venature di violenza che animano spesso il suo disagio; può essere un invaso di inerte poltiglia adolescenziale, dove ci si esalta solo su saltuarie tentazioni esperienziali. Quel che è certo è che i giovani sono oggi una realtà antropologicamente ambigua e sfuggente. Non sappiamo come essa si manifesterà in pubblico, se in disimpegno ludico di massa; o in violenza erratica variamente calibrata; o in esiti di esternalizzazione in piazza; o in una faticosa maturazione nel volontariato sociale o politico.

Qualcuno deve però proporre loro un’offerta sociopolitica, ma non ci sono oggi, nella cultura politica, molte idee e molti messaggi capaci di mobilitazione, solo che si pensi al Pd, dove le offerte erano certamente tante e differenziate (dalla tradizione cattolica al kennedismo) ma il fatto che solo un elettore su cinque sia stato giovane la dice lunga sulla scarsa propensione a recepirle. Lo stesso tipo di riflessione va tentato sulla seconda sfida che aspetta il Pd, quella del Nord. I dati sono sconcertanti: il nuovo partito risulta fortissimo nell’attirare gli elettori del Sud, con punte forse inaspettate per quel che riguarda la Campania (438 mila votanti), la Puglia (247 mila), la Calabria (208 mila) e la Sicilia (183 mila); risulta forte nelle regioni ad antico modello comunista (Toscana, Emilia, Umbria); e risulta invece molto flebile nelle regioni del Nord: dal Piemonte (dove ha votato praticamente un terzo dei votanti campani); al Veneto (dove hanno votato due terzi delle persone che hanno votato in Puglia); alla Liguria (dove gli elettori sono stati un terzo di quelli calabresi); e alla stessa Lombardia dove hanno votato 100 mila elettori in meno che in Campania.

Queste constatazioni non bastano per affermare che al Nord il Pd rischia la poca consistenza. Ma bastano per segnalare che al Pd serve una strategia, perché l’ormai annosa «questione settentrionale» non diventi un problema per un partito che, nascendo adesso, ha bisogno di sfondare nelle realtà locali a più forte vitalità economica. Si potrà dire che, contrariamente a quanto avviene nel mondo giovanile, la questione settentrionale ha già superato la fase delle ambigue dinamiche antropologiche, di disagio non ancora focalizzato in esplicite opinioni politiche. Ma proprio questa focalizzazione rende l’elettorato del Nord meno permeabile a messaggi di nuova politica: non è forse un caso che i votanti settentrionali alle primarie siano stati solo il 24% del totale; ed ancor più che quel 24% scenda al 22% nel voto a Veltroni, candidato-messaggio per eccellenza. Ci sarà molto da fare in Padania. Forse il Pd è cosa fatta ma imperfetta o almeno incompiuta.

23 ottobre 2007

dal “corriere della sera” online

Al Gore: Se la Terra muore per colpa degli alieni

admin 16 10, 2007

da “Repubblica.it

Noi, la specie umana, siamo arrivati a un momento cruciale e dobbiamo prendere una decisione. Non ha precedenti ed è perfino ridicolo per noi presumere di dover in verità scegliere consapevolmente in quanto specie, ma nondimeno questa è la sfida che dobbiamo raccogliere. Il nostro pianeta, la Terra, è in pericolo. Ciò che rischia di essere distrutto non è il pianeta stesso, bensì le condizioni che lo hanno reso in grado di ospitare gli esseri umani.

Senza renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni, abbiamo iniziato a immettere talmente tanto biossido di carbonio nell’esile guscio d’aria che circonda il nostro pianeta che abbiamo letteralmente alterato l’equilibrio del calore esistente tra la Terra e il Sole. Se non smetteremo di farlo, e rapidamente, le temperature medie aumenteranno a livelli mai conosciuti in precedenza dagli uomini, e porranno fine al propizio equilibrio climatico dal quale dipende la nostra civiltà.

Negli ultimi 150 anni, in una frenetica accelerazione abbiamo prelevato crescenti quantità di carbonio dal sottosuolo - essenzialmente sotto forma di carbone e di petrolio - e l’abbiamo bruciato in modo tale da immettere nell’atmosfera terrestre 70 milioni di tonnellate di CO2 ogni 24 ore. Le concentrazioni di CO2 - che in almeno un milione di anni non avevano mai superato le 300 parti per milione - sono cresciute dalle originarie 280 parti per milione dell’inizio del boom del carbone alle 383 parti per milione di quest’anno.

Di conseguenza, molti scienziati oggi stanno mettendo in guardia dal fatto che ci stiamo avvicinando a molteplici “punti irreversibili di svolta” che potrebbero - nel volgere di dieci anni appena - renderci impossibile evitare di arrecare un danno irreparabile all’abitabilità del pianeta da parte della civiltà umana. Ancora negli ultimi mesi, nuovi studi hanno permesso di appurare che la calotta polare artica - che aiuta il pianeta a raffreddarsi - si sta sciogliendo a un ritmo di tre volte superiore a quanto abbiano previsto i modelli informatici più pessimisti.

Se non passiamo immediatamente all’azione, i ghiacci d’estate potrebbero scomparire del tutto in soli 35 anni. Similmente, vicino al Polo Sud, all’estremità opposta del pianeta, gli scienziati hanno scoperto che nell’Antartide Occidentale le nevi di un’area grande quanto la California si stanno sciogliendo. Questa non è una questione politica, bensì una questione etica, che concerne la sopravvivenza della civiltà umana. Non si tratta di sinistra contro destra, ma di ciò che è giusto contro ciò che è sbagliato. In parole povere, è incivile distruggere l’abitabilità del nostro pianeta e compromettere le prospettive di tutte le generazioni che verranno dopo di noi.

Il 21 settembre 1987 il presidente Ronald Reagan disse: “Nelle nostre ossessioni per gli antagonismi del contingente, spesso dimentichiamo quante cose uniscano tutti i membri del genere umano. Forse, per prendere atto dell’esistenza di questo vincolo comune, ci occorre una minaccia universale ed esterna. Di tanto in tanto penso a quanto rapidamente svanirebbero le differenze che ci caratterizzano se dovessimo improvvisamente far fronte a una minaccia aliena proveniente da fuori di questo mondo”.

Oggi noi, tutti noi, dobbiamo far fronte a una minaccia universale. Quantunque non arrivi da fuori, nondimeno è di portata cosmica. Si consideri la realtà di due pianeti, Terra e Venere, aventi quasi esattamente le stesse dimensioni e quasi esattamente la stessa quantità di carbonio. La differenza tra loro è che la maggior parte del carbonio sulla Terra è nel terreno, lì depositata da varie forme di vita nel corso degli ultimi 600 milioni di anni, mentre la maggior parte del carbonio di Venere è nell’atmosfera. Di conseguenza, sulla Terra la temperatura media è pari a 15 gradevoli gradi Celsius, mentre la temperatura media su Venere arriva a 463,89 gradi Celsius. È vero, Venere è più vicina al Sole della Terra, ma la differenza non è imputabile alla nostra stella. Venere è mediamente tre volte più calda di Mercurio, che si trova vicinissimo al Sole. La colpa è dell’anidride carbonica. Questo pericolo, per di più, ci impone - come ha detto Reagan - di sentirci uniti nel prendere atto della nostra sorte comune.

L’operato dei singoli dovrà inoltre plasmare e ispirare l’azione dei governi. A questo proposito gli americani hanno una responsabilità del tutto particolare: nel corso di buona parte di tutta la nostra storia più recente, gli Stati Uniti e il popolo americano hanno assicurato la leadership morale nel mondo. Aver scritto la Carta dei Diritti, aver integrato la democrazia nella Costituzione, aver sconfitto il fascismo nella Seconda Guerra mondiale, aver rovesciato il Comunismo ed essere sbarcati sulla Luna: sono tutti risultati della leadership americana.

Oggi, ancora una volta, noi americani dobbiamo sentirci uniti e premere sul nostro governo affinché raccolga questa sfida globale. La leadership americana è un prerequisito essenziale per conseguire il successo. A questo fine dovremmo esigere che gli Stati Uniti aderiscano al trattato internazionale che entro i prossimi due anni si ripromette di tagliare le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento del clima nella misura del 90 per cento nei Paesi sviluppati e di oltre la metà in tutto il mondo, così che la prossima generazione possa ereditare il pianeta Terra in buone condizioni di salute.

Questo trattato impone uno sforzo ulteriore. Sono orgoglioso del ruolo che ho ricoperto durante l’Amministrazione Clinton negoziando il Protocollo di Kyoto, ma credo che questo Protocollo ormai sia stato a tal punto demonizzato negli Stati Uniti da non poter più essere ratificato, proprio come l’Amministrazione Carter non ebbe la possibilità di ottenere la ratifica di un trattato allargato per la limitazione delle armi strategiche nel 1979. Oltre tutto, molto presto avranno inizio le trattative per un trattato sul clima molto più rigido.

Pertanto, come il presidente Reagan cambiò nome e modificò l’Accordo Salt (chiamandolo Start), dopo averne tardivamente ammessa l’esigenza, così il nostro prossimo presidente dovrà immediatamente adoperarsi per concludere in tempi brevissimi un nuovo e più rigido accordo per cambiare l’attuale situazione del clima. Dovremmo ambire a siglare tale nuovo trattato globale entro la fine del 2009, senza attendere il 2012 come attualmente previsto.

Se per l’inizio del 2009 gli Stati Uniti avranno già implementato un regime interno di riduzione delle emissioni di gas serra che provocano il riscaldamento del clima, non dubito che quando daremo all’industria un obiettivo, gli strumenti e la flessibilità per ridurre in modo rilevante le emissioni di anidride carbonica, allora riusciremo a portare a termine e a ratificare il nuovo trattato in tempi assai brevi. Dopo tutto, si tratta di un’emergenza planetaria.

Quel nuovo trattato avrà ancora, naturalmente, impegni differenziati: ai Paesi si chiederà di soddisfare requisiti diversi sulla base della loro quota o del loro contributo storico al problema e sulla base della loro effettiva e relativa capacità di accollarsi l’onere del cambiamento. La legge internazionale prevede questo precedente e del resto non esiste un altro modo di procedere.

Ci sarà chi cercherà di travisare questo schema e di usare motivazioni xenofobe o di protezione degli interessi della popolazione nativa a discapito degli immigrati per affermare che ogni Paese dovrebbe rispettare un medesimo standard, ma davvero crediamo che Paesi che hanno un quinto del nostro prodotto interno lordo - e che hanno contribuito quasi in nessun modo alla creazione di questa crisi - debbano accollarsi le stesse responsabilità degli Stati Uniti? Siamo davvero a tal punto intimoriti da questa sfida da non poterci mettere noi al comando?

I nostri figli hanno il diritto di pretendere molto di più da noi, considerato che è in gioco il loro futuro - e in realtà il futuro di tutta la civiltà umana. Meritano molto di più di un governo che censura le migliori prove scientifiche e perseguita gli uomini di scienza che onestamente cercano di metterci in guardia dalla catastrofe che incombe su noi tutti. Meritano molto di meglio dei politici che se ne stanno inoperosi, senza adoperarsi in nulla per far fronte alla più grossa sfida che il genere umano si sia mai trovato a dover affrontare, perfino nel momento in cui il pericolo avanza verso di noi minaccioso.

Preferibilmente dovremmo invece concentrarci sulle opportunità contemplate da questa stessa sfida: di sicuro si creeranno nuovi posti di lavoro e nuovi profitti quando le corporation si metteranno aggressivamente all’opera per non lasciarsi scappare le enormi opportunità economiche offerte da un futuro energetico pulito.

Ma ci sarà qualcosa di ancora più inestimabile da guadagnare se faremo ciò che è giusto fare. La crisi del clima ci offre infatti l’opportunità di sperimentare ciò che poche generazioni nel corso della Storia hanno avuto il privilegio di vivere: una missione generazionale, un obbiettivo morale coinvolgente, una causa comune, nonché il brivido di essere costretti dalle circostanze a mettere in disparte le meschinerie e i conflitti della politica per abbracciare un’autentica sfida etica e spirituale.

Traduzione di Anna Bissanti

Nobel per la pace ad Al Gore

admin 12 10, 2007

Da Repubblica.it

OSLO - Il premio Nobel per la pace è andato all’ex vice presidente americano Al Gore e al Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc) dell’Onu. Il vice di Clinton è stato premiato per il suo impegno e per la sua azione di sensibilizzazione sui rischi dei mutamenti climatici. Impegno che ha preso la forma del film-documentario “Una scomoda verità”, successo mondiale e premio Oscar 2007 come miglior documentario e per la migliore canzone originale. Proprio ieri il film è stato “processato” dall’Alta Corte di Londra, che lo ha accusato di contenere errori significativi e di essere inadatto alle scuole.

“Sono profondamente onorato” ha detto Gore, aggiungendo che donerà il 100 per 100 dei proventi alla Alleanza per la Protezione del Clima. “Ci troviamo di fronte ad una vera e propria emergenza planetaria” ha detto ancora, secondo quanto riportato dalla sua portavoce, Kalee Kreider. “La crisi climatica non è un argomento politico, è una sfida morale e spirituale per l’intera umanita. Questo riconoscimento è ancora più significativo perché ho avuto l’onore di dividerlo con l’Ipcc, un gruppo i cui membri sono impegnati da anni in un lavoro instancabile e altruista per la causa dell’ambiente”.

Il gruppo di esperti intergovernativo. L’Ipcc, Intergovernmental panel on climate change, è il comitato scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, la World Meteorological Organization (Wmo) e l’United Nations Environment Programme (Unep) allo scopo di studiare il riscaldamento globale. I rapporti periodici diffusi dall’Ipcc sono alla base di accordi mondiali quali la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) e il protocollo di Kyoto che la attua. Il comitato è organizzato in tre gruppi di lavoro: il primo incaricato di valutare gli aspetti scientifici dei fenomeni; il secondo le conseguenze del cambiamento climatico e le possibilità di adattamento; il terzo analizza le soluzioni per limitare le emissioni di gas serra.

Il premio è stato una grande sorpresa per il presidente dell’Icpp. “Non posso crederci - ha detto Rajendra Pachauri ai giornalisti che lo hanno raggiunto per telefono nel suo ufficio di New Delhi - sono sopraffatto, stordito”. “Ritengo un privilegio dividerlo con qualcuno di così autorevole”, ha aggiunto riferendosi poi a Gore.

Grande soddisfazione è stata espressa anche dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, “molto contento” del premio. Il segretario ha reso omaggio “all’impegno e alla convinzione eccezionale di Al Gore, che è l’esempio del ruolo cruciale che le persone e la società civile possono giocare per incoraggiare risposte multilaterali sui problemi planetari”. Ed ha sottolineato che “è grazie in gran parte alle scoperte ben documentate dell’Ipcc che è stato possibile stabilire senza ombra di dubbio che il riscaldamento del pianeta è in atto e che è in gran parte provocato dalla attività dell’uomo”.

Le motivazioni. La motivazione del premio da parte del comitato per il Nobel, che ha scelto i vincitori fra 181 candidati, recita: “per i loro sforzi per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti”. Il premio di 1,5 milioni di dollari verrà così diviso in due.

Numero due di Clinton, premio Oscar e paladino della terra. Gore ha trascorso sedici anni al Congresso e otto alla Casa Bianca prima di diventare il più famoso paladino della lotta al riscaldamento del pianeta. Nato il 31 marzo 1948 a Washington, Albert Arnold ‘Al’ Gore, figlio di un famoso senatore del Tennessee ha respirato politica sin da bambino.

Laureato ad Harvard, Gore non cercò di evitare la divisa (pur essendo contro la Guerra del Vietnam) entrando nel 1969 nell’esercito e finendo per cinque mesi, nel 1971, in Indocina come giornalista militare. Poco prima di essere inviato in Vietnam aveva sposato nel 1970 Mary Elizabeth ‘Tipper’ Aitcheson, sua compagna di liceo.

Rientrato in patria Gore fece per cinque anni il giornalista passando poi a studiare legge, per poi lanciarsi in politica. Ha fatto il deputato per otto anni (dal 1977 al 1985) prima di passare al Senato dove è rimasto fino al 1993 quando è divenuto vice-presidente degli Stati Uniti, incarico che ha ricoperto fino al gennaio 2001.

Nelle elezioni del 2000 conquistò la candidatura democratica alla presidenza e quando l’America andò al voto i sondaggi lo vedevano collo a collo col rivale repubblicano George W. Bush. La battaglia tra i due fu decisa in Florida, dove, dopo una serie di colpi di scena e aspre battaglie legali, la vittoria, contestatissima, fu assegnata a Bush - che nello stato aveva avuto solo 537 voti in più di lui.

La profonda delusione politica lo fece concentrare sull’ambiente. Il suo libro “Una verità scomoda” diventa un bestseller mondiale e il documentario dallo stesso titolo vince nel febbraio di quest’anno l’Oscar. Nel suo discorso di ringraziamento Gore afferma che il problema del clima “non è una questione politica ma ormai una questione morale”. In luglio Gore ha organizzato il concerto mondiale “Live Earth” per rafforzare la consapevolezza del problema del clima.

(12 ottobre 2007)

Spot della mia candidatura…

admin 12 10, 2007


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