Archivio della categoria 'Tecnologie'

La ricchezza della rete

admin 21 03, 2007

Simone ci segnala questo articolo che ci pare interessante…grazie Simone

di Empedocle Maffia

Meno di due decenni di Internet hanno già formato un’epoca che si può dividere in più fasi, relegando il determinismo di McLuhan (”Il mezzo è il massaggio”) all’Illuminismo degli studi sulla comunicazione. Oggi, l’economia modellata sul network è al di là del mercato, del capitale, della forza lavoro, degli scambi. La suggestione di questo nuovo modello di sviluppo è ormai presente in diversi studiosi, come ben testimonia Mediasenzamediatori.org”, probabilmente il sito
italiano più in linea con il tentativo di dare organicità di teoria dello sviluppo a questa novità.

Anche per questo merita qui la sua vetrina Yochai Benkler, scienziato sociale all’università di Yale, che nel suo più recente studio, “The Wealth of Networks” (La ricchezza dei Network) (515 pagg., Yale University Press, 2006), parte dalla Rete per dimostrare e spiegare come la nuova produzione sociale stia trasformando i mercati e la libertà. Con “Network” al posto di “Nazioni”, Benkler consegna al passato lo sviluppo economico identificato da Adam Smith, e si candida a svelare i nuovi meccanismi che sono in atto per promuovere sviluppo e libertà, cioè per sagomare la società contemporanea. Con una novità rispetto ad ogni fase precedente dello sviluppo dell’umanità: questa volta, al centro dello sviluppo, insieme promotori e fruitori, sono gli esseri umani, gli “individui”, finalmente liberi, grazie
all’economia della Rete, dai vincoli di risorse e di organizzazione sociale che hanno determinato nei secoli le classi..

Perchè la Rete, con le sue connessioni volontarie o casuali o oggettive, sta creando la grande novità nel processo produttivo contemporaneo: il capitale tradizionale finanziario non è più necessario, le infrastrutture costose sono obsolete, e non c’è più bisogno di cordate o di grandi famiglie per creare sviluppo. Il nuovo capitale fisico necessario è un computer collegato alla rete, e i nuovi “imprenditori” sono potenzialmente tutti gli individui che formano il miliardo di umanità già oggi collegato, spinti a creare dalle proprie curiosità personali: “Individui - dice Benkler - che interagiscono socialmente, come esseri umani e come esseri sociali più
che come attori del mercato attraverso il sistema dei prezzi”.

E’ questa la nuova economia della Rete che si sviluppa oltre i concetti del mercato e della proprietà, nella quale tutti producono, tutti fruiscono, tutti sono proprietari, dove l’atto di volontà non è nella specifica azione che ciascuno fa, ma nella connessione.

La sfida allo sviluppo dell’età industriale è totale, è appena cominciata, e sta producendo tentativi di difesa del vecchio ordine. Innanzitutto sul versante dell’informazione. Proprio perchè il nuovo modello mette in discussione i pilastri del vecchio modello industriale, con i “beni comuni” che sostituiscono la proprietà, con l’individuo che sostituisce l’imprenditore tradizionale, va superato l’equivoco di una generica “società dell’informazione” capace di intercettare il nuovo. Perchè, dice Benkler, “l’economia della Rete mette a disposizione diverse piattaforme di comunicazione, e così riduce il potere dei mezzi di comunicazione tradizionali, nei quali la proprietà del medium consente al proprietario di selezionare quel che gli altri possono vedere, e così condizionare la loro percezione di
quel che possono o non possono fare”.

Con una devastante innovazione per il giornalismo tradizionale, perchè “I vari format della sfera pubblica creati dalla Rete mettono a disposizione di chiunque uno strumento per parlare, per indagare, per investigare, senza che sia necessario accedere alle risorse di una organizzazione mediale tradizionale”. Questa nuova libertà penetra tutti i rivoli dei media sino all’aspetto commerciale, arrivando ad eliminare ogni ruolo per lo stesso concetto di misurazione dell’audience come parametro di successo. Infatti, “mentre nei mass media tradizionali il criterio del successo è determinare un moderato interesse nel più ampio numero possible di spettatori poco impegnati, nell’economia della Rete l’attenzione viene posta sul creare prodotti altamente interessanti per un pubblico fortemente impegnato”.

La ricaduta politica di questo nuovo modello produttivo determina due fenomeni destinati ad allargare la sfera della libertà e della democrazia: perchè ciascun individuo non opera più nei vincoli finanziari o associativi dell’organizzazione della società costantemente connesso con gli altri. Informazione, conoscenza e
cultura si creano su larga scala in una pratica della solidarietà determinata dall’unico capitale iniziale: appunto, il computer collegato alla Rete. Secondo la definizione di Benkler, “la pratica della libertà che comincia ad emergere con l’economia della Rete consente alla gente di ritrovarsi al di là delle barriere nazionali o sociali, al di là dello spazio e delle divisioni politiche. Consente alla gente di risolvere i problemi assieme, in nuove forme associative estranee ai vecchi vincoli formali e legali del raggruppamento politico”.

Viene a mente quanto accaduto in USA negli anni tra l’11 settembre e oggi, quando ogni risposta dell’amministrazione cadeva nell’accettazione passiva da parte del Paese, in una delega totale espressamente concessa al Presidente. Sino a quando due ragazzi della Pennsylvania hanno creato “MoveOn.org”, il sito dell’opposizione alla
guerra e alla sottrazione delle libertà civili come politica di lotta al terrorismo: e nel giro di qualche mese, quel sito è diventato il centro dell’alternativa a George Bush, e nel novembre scorso è stato il principale collante della campagna elettorale che ha p rtato i Democratici a prendere la maggioranza nel nuovo Congresso; in termini di Repubblica parlamentare, sarebbe stato mettere in minoranza il
Presidente.

Il processo di allargamnento delle libertà, di espansione della democrazia, di superamento di barriere etniche o geografiche consentito dall’economia della Rete produce, tra gli altri effetti, un nuovo modo di produrre cultura: più trasparente, più partecipata; soprattutto, “un sistema di produzione culturale che rappresenta
chiaramente risultati migliori rispetto a quelli prodotti dalla cultura di massa commerciale impostasi nel secolo scorso”.

Siamo davvero nel mezzo di una trasformazione tecnologica, economica e organizzativa che ci permette di rinegoziare termini quali libertà, giustizia, produttività rispetto a come si sono precisati non solo nella società industriale, ma persino in quella dell’informazione. Per Benkler, “Come vivremo in questo nuovo ambiente determinato dall’economia della Rete dipende dalle scelte politiche che compiremo entro i prossimi dieci anni”. L’uomo nuovo evocato dalle ideologie del
secolo scorso sta forse inverandosi nell’essere umano libero, uguale, produttivo che si sta formando nelle nuove condizioni tecnologiche.
Con un avvertimento che Binkler ci consegna mentre ci chiarisce i termini della scelta: “Per la politica economica, consentire ai vincitori di ieri di dettare i termini della competizione del domani, sarebbe disastroso. Come politica sociale, perdere questa occasione per arricchire la democrazia, la libertà e la giustizia nella nostra società, mantenendo e anzi accrescendo la produttività del nostro nuovo sistema, sarebbe imperdonabile”.Forse, la “Folla solitaria” di David Reisman sta cominciando a scomporsi in individui capaci di sostituirsi alle classi, o di determinare la nuova classe, insieme, di creatori, promotori, operatori, consumatori di informazioni, di conoscenze, di sviluppo e di cultura, nella società al tempo della Rete.

Una nuova internet?

admin 12 03, 2007

Beppe Caravita torna nuovamente ad interrogarsi sul presente e futuro dell’internet italiana.

Diciamocelo in chiaro. I signori delle Tv e delle Tlc, e dell’eterno copyright, hanno fatto di tutto perchè in Italia non nascesse un mercato sociale, profit e non profit, per un Web 2.0 ricco, informativo e attrattivo.
E altrettanto è avvenuto in Europa, anche se in minor misura. E in modo meno sfacciato. La rete è stata compressa e depressa, al di là delle solite parole di facciata. Sulla rete si è investito male, seguendo solo le solite illusioni da slot-machine video, musichetta, mangiasoldi.
Invece il maggiore servizio attrattivo nato sulla rete negli ultimi cinque anni, anche in Italia, si chiama Wikipedia.

Perché non tentare, anche qui da noi, un piccolo e intenso esperimento di cooperazione in rete?

Cosa è il web 2.0 (video)

admin 07 03, 2007

Guarda il video su youtube

I sette peccati capitali di Internet (e le sue virtù)

admin 06 03, 2007

Di Stefano Rodotà - Qual è il destino dei parlamenti nell’età dell’informazione e della comunicazione? Alcuni anni fa, quando cominciò il dibattito sulla democrazia elettronica, sembrava che le nuove tecnologie avrebbero portato ad una progressiva scomparsa della democrazia rappresentativa, sostituita da forme sempre più diffuse di democrazia diretta. Nel nuovo agorà elettronico i cittadini avrebbero potuto prendere sempre la parola e decidere su tutto.

La memoria dell’antica Atene e il modello dei town meetings del New England apparivano come la forma nuova della democrazia, con un intreccio tra antico e nuovo che avrebbe via via cancellato il ruolo dei parlamenti. Oggi queste ipotesi sono lontane, e la democrazia elettronica segue strade diverse da quelle di una brutale e ingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol dire che i parlamenti possano trascurare le grandi novità determinate dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che incidono profondamente sul loro ruolo e sul modo in cui si struttura il loro rapporto con la società. Non siamo di fronte a semplici strumenti tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologia nel suo complesso, che sta trasformando in modo radicale le nostre società.

Stiamo passando, su scala mondiale, da un equilibrio tecnologico all’altro. Il primo, grande compito dei parlamenti, oggi, è dunque quello di cogliere questo momento, di compiere tempestivamente le scelte intelligenti necessarie perché l’insieme delle tecnologie si risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.

Sono divenute chiare alcune linee di analisi e di intervento, che possono essere così riassunte:

  1. evitare che le nuove tecnologie portino ad una concentrazione invece che ad una diffusione del potere sociale e politico;
  2. - evitare che le nuove tecnologie si consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la democrazia plebiscitaria.
  3. evitare che ci si trovi sempre più di fronte a tecnologie del controllo invece che a tecnologie delle libertà;
  4. evitare che nuove disuguaglianze si aggiungano a quelle esistenti;
  5. evitare che il grande potenziale creativo delle nuove tecnologie porti non ad una diffusione della conoscenza, ma a forme insidiose di privatizzazione.

Pure l’età digitale, dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la tradizione, e che sono stati così enumerati:

  1. diseguaglianza;
  2. sfruttamento commerciale e abusi informativi;
  3. rischi per la privacy;
  4. disintegrazione delle comunità;
  5. plebisciti istantanei e dissoluzione della democrazia;
  6. tirannia di chi controlla gli accessi;
  7. perdita del valore del servizio pubblico e della responsabilità sociale.

Non mancano, tuttavia, le virtù, prima tra tutte l’opportunità grandissima di dare voce a un numero sempre più largo di soggetti individuali e collettivi, di produrre e condividere la conoscenza, sì che ormai molti ritengono che la definizione che meglio descrive il nostro presente, e un futuro sempre più vicino, sia proprio quella di “società della conoscenza”.

Al di là delle immagini e delle metafore, i parlamenti non sono chiamati a scegliere tra il bene e il male. Di fronte ad una realtà complessa, nella quale convivono società della conoscenza e società del rischio, i parlamenti non sono chiamati scegliere tra bene e male. Devono ribadire la loro storica e insostituibile funzione di custodi della libertà e dell’eguaglianza.
Non sono riferimenti retorici. La tecnologia è prodiga di promesse.

Alla democrazia offre strumenti per combattere l’efficienza declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende capillare e continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra le speranze di libertà e l’insidia della sorveglianza. E’ necessario soprattutto considerare realisticamente le dinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre nuove diseguaglianze.

Questo problema viene solitamente indicato con l’espressione digital divide, ed effettivamente l’uso delle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni sociali, l’emergere di nuove categorie di haves e di have nots, di abbienti e non abbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell’informazione. Ma le più attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il divario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto riguarda l’accesso ad Internet, non può essere esaminato riferendosi prevalentemente alle differenze di reddito. Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a ridursi più rapidamente di quelle relative alla ricchezza.

Questo vuol dire che i fattori influenti non sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali.

Conoscenza è parola che sintetizza le possibilità di accedere alle fonti, di elaborare il materiale, raccolto, di diffondere liberamente le informazioni. Già nell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite si è affermato il diritto di ogni individuo alla libertà di opinione e di espressione “e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere“. Oggi questo diritto è in pericolo per la pretesa di molti Stati di controllare Internet, per l’esercizio di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelle particolari comunicazioni in rete che sono i blog.

Questa situazione non può essere ignorata, soprattutto perché alcune grandi società - Microsoft, Google, Yahoo!, Vodafone - hanno annunciato per la fine dell’anno la pubblicazione di una “Carta” per tutelare la libertà di espressione su Internet. I parlamenti non possono accettare che la garanzia del free speech, che gli Stati Uniti vollero affidare al Primo Emendamento della loro Costituzione, divenga materia di cui si occupano solo i privati, che evidentemente offriranno solo le garanzie compatibili con i loro interessi.
Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione di potere. Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini.

Ma tutto questo può diventare più difficile, per non dire impossibile, se la conoscenza viene chiusa in recinti proprietari senza considerare proprio la novità della situazione che abbiamo di fronte e che impone di guardare alla conoscenza come il più importante tra i beni comuni.

La questione dei beni comuni è essenziale. Parole nuove percorrono il mondo - open source, free software, no copyright - dando il senso di un cambiamento d’epoca. Oggi, infatti, il conflitto tra interessi proprietari e interessi collettivi non si svolge soltanto intorno a risorse scarse, in prospettiva sempre più drammaticamente scarse come l’acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l’effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di “chiusura” simile a quello che, in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili. Questa scarsità artificiale, creata, rischia di privare milioni di persone di straordinarie possibilità di crescita individuale e collettiva, di partecipazione politica.

La sfida lanciata ai parlamenti non riguarda soltanto la necessità di trovare nuovi equilibri tra logica della proprietà e logica dei beni comuni. Investe lo stesso modo d’intendere la cittadinanza. La vera novità democratica delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini l’ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società. Con questo vasto mondo - in cui la democrazia si manifesta in maniera “diretta”, ma senza sovrapporsi a quella “rappresentativa” - i Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio dei cittadini, procedure che consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate da gruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo legislativo.

La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe così essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore continuo della società.
In questa prospettiva, i parlamenti debbono soprattutto impedire che le esigenze di lotta a terrorismo e criminalità e le richieste del sistema economico portino alla nascita di una società della sorveglianza, della selezione e del controllo, alterando quel carattere democratico dei sistemi politici di cui proprio i parlamenti sono i primi ed essenziali garanti.
Proprio le tecnologie, con la loro apparente neutralità, hanno rafforzato le spinte verso la creazione di gigantesche raccolte di dati personali.

La politica sta delegando alla tecnica la gestione dei più diversi aspetti della società, dimenticando, ad esempio, un principio chiaramente indicato nell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In questa norma si ammettono limitazioni dei diritti per diverse finalità, compresa la sicurezza nazionale, a condizione però che si tratti di misure compatibili con le caratteristiche di una società democratica. I parlamenti devono esercitare con il massimo rigore questa funzione di controllo, senza delegarla ad altri organi dello Stato, fossero pure le corti costituzionali. Solo così possono evitare la trasformazione dei cittadini in sospetti, ed impedire che, con l’argomento della difesa della democrazia, sia proprio la democrazia ad essere perduta.

Questo è il discorso
che Stefano Rodotà
ha tenuto a Montecitorio
per l’apertura della
Conferenza internazionale
dell’Unione interparlamentare