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Ecco i quindici punti della sinistra moderna

admin 15 09, 2007

Da “Repubblica.it

Pubblichiamo ampi stralci del documento elaborato da “Les Gracques” (”I Gracchi”), il gruppo che in Francia si batte per modernizzare la sinistra. “Les Gracques” raccoglie ex collaboratori del presidente
della Repubblica Francois Mitterrand e dei governi di Michel Rocard, Pierre Bérégovoy e Lionel Jospin. Il manifesto è sul sito www. lesgracques. fr e scandisce in 15 punti i “valori per agire”.

DEMOCRAZIA
1) La sinistra moderna è democratica, nella tradizione che va da Rousseau al movimento anti-totalitario. Essa crede nel potere del popolo, esercitato dal popolo e per il popolo (…). Potere al popolo non vuol dire però potere ai populisti. A chi crede di poter vincere semplificando i problemi, risvegliando gli istinti e infiammando le passioni, noi rispondiamo che il popolo comprende la complessità del reale. Non c’è realtà che non si possa dire, e la verità è il solo modo per durare nel tempo.

LIBERALISMO
2) La sinistra moderna è liberale, nella tradizione di Montesquieu o di Spinoza; e rifiuta di cedere alla destra questa bella parola, nata a sinistra. Essa crede nella legittimità dello stato di diritto, nell’efficacia delle iniziative provenienti dalla società civile, nella necessità dei contropoteri. Rispetta i diritti individuali, e ritiene che nuove libertà siano tuttora da conquistare: libertà dall’ignoranza e dall’oppressione, per le minoranze e per le donne. E pensa che per costruire uno stato veramente imparziale resti ancora molto da fare.

INTEGRAZIONE
3) La sinistra moderna sostiene l’integrazione. Essa crede nella libertà di coscienza e d’opinione in una società multiculturale, e intende al tempo stesso garantire la neutralità laica nello spazio pubblico. Nessuna eccezione a questo principio può essere giustificata in nome dell’integrazione nella società francese delle comunità di origini straniere.

LAVORO
4) La sinistra moderna sostiene il lavoro, che considera come un valore fondamentale per l’integrazione (…). E’ consapevole che il dinamismo di un’economia non si misura sulla sua capacità di evitare la distruzione di posti di lavoro, ma su quella di crearne più di quanti ne sopprima. Per la sinistra, la priorità non è difendere ogni singolo posto di lavoro, ma consentire a tutti di poter cambiare lavoro senza timori, se lo desidera o se vi è costretto. Altre priorità sono lo sviluppo delle possibilità di avanzamento professionale, così come la lotta contro le nuove forme di disagio sul lavoro generate dal mondo moderno.

REGOLE
5) La sinistra moderna sostiene le regole e crede nel ruolo regolatore dei pubblici poteri, cui spetta il compito di correggere le disuguaglianze sociali. Ritiene necessario rivedere il funzionamento e le modalità d’intervento di uno Stato che rischia l’impotenza, e a causa del suo deficit e del suo debito compromette il futuro dei nostri figli. La disponibilità di denaro pubblico è limitata e continuerà ad esserlo, per cui occorre destinare questi mezzi alle priorità della crescita e della giustizia sociale, piuttosto che a perpetuare l’esistente o a soddisfare interessi settoriali. La sinistra moderna crede in una riforma profonda dell’organizzazione dello Stato (…). Ritiene che numerosi settori dei servizi pubblici possano essere affidati a gestori privati, sotto controllo pubblico.

TASSE
6) La sinistra moderna sostiene la redistribuzione. Essa non crede che l’accumulo di ricchezze da parte di pochi sia la condizione necessaria al progresso di tutti. Al contrario considera un impegno costante per l’uguaglianza, oltre che socialmente giusto, anche efficace sul piano economico: innanzitutto per le pari opportunità e contro la riproduzione dei divari sociali attraverso la scuola; e in secondo luogo per la correzione delle disuguaglianze, non solo in materia di redditi ma anche di accesso al lavoro, all’alloggio, ai trasporti e alla salute. Per la sinistra moderna, questa lotta non deve passare attraverso un innalzamento delle imposte, ma esige una miglior ripartizione della spesa pubblica: in altri termini, si tratta di chiedere ai ricchi di pagare di più per i servizi forniti alla popolazione nel suo insieme, e di offrire più servizi pubblici a chi ne ha maggior bisogno. Il servizio pubblico non deve mai accollare alla popolazione il finanziamento dei bisogni dei privilegiati; deve essere abbondante per i meno abbienti, e produttivo per tutti. La sinistra moderna è favorevole a un’imposta di successione elevata per i nuclei familiari più facoltosi, dato che la parità delle opportunità passa necessariamente per la rimessa in gioco dei patrimoni acquisiti, almeno una volta per generazione.

RICERCA
7) La sinistra moderna è progressista. Essa crede che il progresso scientifico e l’innovazione tecnologica siano sempre fattori di benessere per la maggioranza, e forniscano a volte l’occasione per rimettere in discussione alcune rendite ereditate dal passato. Ritiene che la competitività della nostra economia e la capacità di generare durevolmente piena occupazione non dipendano dallo sforzo di preservare il mondo di ieri, ma dall’innovazione e dalle facoltà di adattamento. (…) Ha fiducia nella capacità degli scienziati e ricercatori di progredire nella conoscenza di ciò che nuoce alla salute, così come dei mezzi per salvaguardarla; e vuole che ciascuno possa accedere ai presidi terapeutici più progrediti.

SCUOLA
8) La sinistra moderna è il partito dell’educazione, in quanto persegue sia l’eccellenza accademica che la democratizzazione dell’accesso alla conoscenza. Essa rifiuta di dover scegliere tra una scuola di massa mediocre e un’istruzione d’alto livello riservata a un’élite. La chiave di volta del progresso sociale è una scuola di massa capace di democratizzare l’eccellenza e di promuovere per tutti l’accesso alla cultura, combattendo la riproduzione delle disuguaglianze sociali e preparando gli studenti a un mercato occupazionale esigente e mobile. E’ innanzitutto a scuola che si rimescolano le carte dei destini sociali.

SICUREZZA
9) La sinistra moderna sostiene il diritto alla sicurezza, nel quale ravvisa un elemento essenziale del contratto sociale. Sarà dura contro i criminali ma anche contro le cause del crimine.

ECOLOGIA
10) La sinistra moderna è ecologista (…). Difende il diritto di tutti gli uomini a beni essenziali come la qualità dell’aria e l’accesso all’acqua. La sinistra moderna crede nella definizione di regole internazionali e in un’organizzazione mondiale per l’ambiente.

EUROPA
11) La sinistra moderna è europeista (…)perché auspica che nel concerto delle nazioni possa levarsi una voce in favore di un nuovo ordine internazionale di solidarietà e di diritto.

MONDO
12) La sinistra moderna è internazionalista (…). Crede nell’antico sogno di un nuovo ordine internazionale fondato sulla pace, sul diritto e sullo sviluppo permanente. Crede che il dovere d’ingerenza sia partecipe del progresso delle civiltà.

MORALITA’
13) La sinistra moderna è morale, e considera necessaria l’esemplarità delle classi dirigenti, sia nel settore privato che nella gestione di quello pubblico. Le élite non possono essere legittimate a sostenere l’immobilità, l’adattamento e la flessibilità, se al tempo stesso godono di privilegi occupazionali o di uno status d’altri tempi. La sinistra è altresì favorevole a una certa sobrietà nello stile di vita dello Stato e delle personalità pubbliche, all’abolizione del cumulo dei mandati, alla limitazione della durata delle funzioni elettive e alla soppressione dei regimi protetti a favore dei titolari di alte cariche pubbliche. Al tempo stesso auspica l’esemplarità dei comportamenti, così come la trasparenza e la regolamentazione delle remunerazioni e dei vantaggi di cui beneficiano i responsabili delle imprese. Non si fa un progetto politico con la morale, ma neppure se ne può fare a meno.

REALISMO
14) La sinistra moderna è realista: crede nella pedagogia del cambiamento, nella necessità di spiegare.

TRASFORMAZIONE
15) La sinistra moderna vuole la trasformazione. Rifiuta i falsi fatalismi, e vuole portare la speranza senza seminare illusioni.

(Traduzione di Fabio Galimberti e Elisabetta Horvat)

Scalfari sul V-DAY di Beppe grillo

admin 12 09, 2007

da Repubblica.it

di EUGENIO SCALFARI
HO VOLUTO aspettare qualche giorno prima di scrivere su Beppe Grillo e sul “grillismo”. Ho letto le cronache, i commenti, le domande e le risposte. Ed ho riflettuto e ricordato. Infatti il fenomeno della piazza Maggiore di Bologna non è affatto una novità. In Italia c’è una lunga tradizione di “tribuni” e capi-popolo, un germe che ha messo radici da secoli e che rimane una latenza costante nell’”humus” anarcoide e individualista della nostra gente.

Quel filone - per fortuna - è mescolato con molti altri elementi: la nostra è una gente laboriosa, paziente, capace di adattamenti impensabili, generosa. Ad una cosa non si è mai adattata: a pensare e a comportarsi come partecipe d’una comunità, d’una struttura sociale con leggi e regole da rispettare anche quando sembrano danneggiare il proprio particolare interesse.

L’anarco-individualismo è un virus che corre sotto traccia ma spesso emerge ed esplode in superficie. I suoi avversari sono inevitabilmente sempre gli stessi: il potere costituito e il potere immaginato, quelli che fanno le leggi e quelli che le propongono e le attuano. L’anarco-sindacalismo è per definizione il nemico dell’autorità. Può rappresentare una necessaria valvola di sfogo quando provoca l’insorgenza contro regimi autoritari e dittatoriali (ma avviene di rado); ma diventa anacronistico in regimi di diffusa democrazia dove esistono forme di opposizione e di denuncia più efficaci e molto più civili di quella di radunarsi o marciare dietro cartelli con su scritto “Vaffanculo”.

Non sono affatto d’accordo su quanti dicono che il “Vaffa-day” è solo un dettaglio folcloristico dovuto alla dimensione comica del primo attore. La forma - specie nella vita pubblica - è sostanza e chi inneggia al “Vaffanculo” partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e inselvaggita attualità.

* * *

È vero che la classe dirigente nella sua interezza ha reso plausibili anche le critiche più radicali. Soprattutto quella di non aver fornito alla società un esempio e un punto di riferimento capace di orientare il pubblico verso la ricerca del bene comune e della felicità propria e altrui.

Ho letto il commento di Fausto Bertinotti al raduno dei “grillisti” e ai tavoli per la raccolta della firme sotto la proposta di legge sponsorizzata da Grillo. Bertinotti ha sempre privilegiato la società rispetto alle istituzioni, la piazza rispetto al governo. Ma tenendo fisso il criterio dell’insostituibilità dei partiti, che lui vede come laboratori ideologici specializzati nella cultura dell’ossimoro. Che però volesse cavalcare il “grillismo” - sia pure con tutti i distinguo - questa è un’assoluta novità. Bertinotti esalta “l’esistente” affermando che è inutile polemizzare con esso. Fossero vivi i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi, avrebbero di che rispondergli su questo delicatissimo argomento.

All’entusiasmo “grillista” di Di Pietro non c’è invece da far caso. L’ex sostituto procuratore di Milano confonde - e non è la prima volta - Mani pulite con il giustizialismo di piazza e non si accorge che così facendo fa un pessimo servizio alla lotta che il Tribunale di Milano impegnò nel ‘92 contro la pubblica corruttela e contro i corruttori, i concussori, i corrotti che erano diventati da singoli casi giudiziari reati di massa pervadendo e deformando l’intero sistema degli appalti e insidiando le basi stesse della democrazia.

Ma Di Pietro, si sa, non va per il sottile. Non c’è andato neppure nella scelta dei candidati del suo partito, come purtroppo si è visto. Cerca sgabelli sui quali salire. Ma Grillo - questo è certo - non è sgabello se non di se stesso, come mezzo secolo fa capitò a Guglielmo Giannini: quando il suo “Uomo qualunque” mandò in Parlamento trenta deputati furono in molti a tentar di mettervi le mani sopra, la Dc, i liberali, i monarchici. Non ci riuscirono e ben presto tutto si ruppe in tanti pezzetti.

* * *

Movimenti d’opinione di natura antipolitica, come quello di cui stiamo discutendo, e rompono dal seno della società e poi declinano rapidamente. La politica non è un’invenzione di qualche mente corrotta o malata, ma una categoria della vita associata. Il governo della “polis”, cioè della città, cioè dello Stato. L’antipolitica pretende di abbattere la divisione tra governo e governati instaurando il governo assembleare. L’”agorà”. La piazza. L’equivalente del blog di Internet. Infatti la vera novità del “grillismo” è l’uso della Rete per scopi di appuntamento politico (o antipolitico).

Ma nella Rete si vede più che mai il carattere personalizzato dell’”agorà”; di ogni “agorà”. Da quella di Cola di Rienzo a quella di Masaniello, da quella di Savonarola a quella di Camillo Desmoulins. Il blog ha infatti un’intestazione ed è l’intestatario che indica la via, che formula gli slogan, che produce gli spot. E’ lui insomma il padrone di casa che guida e domina l’assemblea.

In realtà il governo assembleare è sempre stato una tappa, l’anticamera delle dittature. La storia ne fornisce una serie infinita di conferme senza eccezione alcuna. Proprio per questo quando vedo prender corpo un movimento del tipo del “grillismo” mi viene la pelle d’oca; ci vedo dietro l’ombra del “law & order” nei suoi aspetti più ripugnanti; ci vedo dietro la dittatura.

Non inganni lo slogan “né di destra né di sinistra”. Si tratta infatti di uno slogan della peggiore destra, quella populista, demagogica, qualunquista che cerca un capo in grado di de-responsabilizzarla.

Il più vivo desiderio delle masse, cioè dell’individuo ridotto a folla e a massa, è di essere de-responsabilizzato. Vuole questo. Vuole pensare e prendersi cura della propria felicità delegando ad altri il compito di pensare e decidere per tutti. Delega in bianco, semmai con una scadenza. Ma le scadenze, si sa, sono scritte con inchiostri molto leggeri che si cancellano in breve tempo. Il potere, una volta conquistato, ha mille modi per perpetuarsi.

L’antipolitica è sempre servita a questo: piazza pulita per il futuro dittatore. Che non sarà certo uno come Grillo. Il dittatore quelli come Grillo li premiano e poi li mettono in galera. E’ sempre andata così.

* * *

Spero che molti abbiano letto il discorso pronunciato da David Grossman all’apertura del Festival della letteratura a Berlino, che Repubblica ha pubblicato nel numero di mercoledì 5 settembre. E’ un testo di grande significato e di grande stile e mi permetto di raccomandarne la lettura ed anche la rilettura perché merita d’esser meditato e possibilmente trasformato in propria sostanza.

Mi spiace rimescolare l’alta prosa di Grossman a questioni tanto più mediocri e volgari come il raduno dei sostenitori di “Vaffa”. Ma quel pensiero e il testo che lo contiene toccano tra le tante altre cose anche il tema della riduzione dell’individuo a massa, lo schiacciamento dell’individuo, il suo divenire succube di slogan inventati per imporli a lui che inconsapevolmente li adotta e se ne compiace.

Quel tema è l’aspetto drammatico della civiltà di massa, della società di massa e dei “mass media” che ne diffondono l’immagine sovrapponendola all’immagine individuale. Un aspetto al quale è difficilissimo sottrarsi perché ci invade e ci pervade quasi in ogni istante della nostra esistenza. La modernità porta con sé questo virus micidiale: la riduzione dell’individuo a massa, materiale malleabile e plasmabile, materia per mani forti e dure. La massa riporta gli adulti all’infanzia e alla sua plasmabilità. Alla sua manipolazione. Questo - in mezzo a molte virtù innovative - è il delitto della modernità, il virus dal quale bisogna guardarsi e contro il quale bisogna mobilitare tutti gli anticorpi di cui disponiamo.

Ma ascoltiamo Grossman.

“Ci fa comodo, quando si parla di responsabilità personale, far parte d’una massa indistinta, priva di volto, d’identità e all’apparenza libera da oneri e colpe. Probabilmente è questa la grande domanda che l’uomo moderno deve porsi: in quale situazione, in quale momento io divento massa?”

“Ci sono definizioni diverse per il processo con il quale un individuo si confonde nella massa o accetta di consegnarle parti di sé. Io ho l’impressione che ci trasformiamo in massa nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri”.

“I valori e gli orizzonti del nostro mondo e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo “mass media”. Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Ci rendiamo conto che gran parte di essi trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trasformando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un’atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce rendendo “kitsch” tutto ciò che tocchiamo: le guerre, la morte, l’amore, l’intimità. In molti modi, palesi o nascosti, liberano l’individuo da ciò di cui lui è ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni ed omissioni. E’ questo il messaggio dei “mass media”: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni ad essere significative ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo “zapping”".

Mi perdonerete, cari lettori, la citazione forse è troppo lunga, ma questo brano del discorso di Grossman è così attuale al nostro tema che credo ne sia l’indispensabile compimento. Egli inoltre addossa una parte rilevante di quanto accade nello schiacciamento dell’individuo sulla massa ai mezzi di comunicazione, al loro funzionamento che ormai ha preso la mano a quasi tutti quelli che operano in quel settore, al “sistema” che tutti insieme hanno costituito, dove la moneta cattiva scaccia la buona e la concorrenza paradossalmente funziona più per peggiorare il prodotto che per migliorarlo.

Chi che come me ha dedicato una parte della vita ai giornali ed ha vissuto da giornalista tra i giornalisti conosce bene questa realtà ed anche l’estrema difficoltà di sottrarvisi. Eppure è uno sforzo che a questo punto occorre fare. Ne verrebbe un forte miglioramento alla qualità della vita pubblica, una vera e non fittizia attenzione alla moralità e anche la gratificazione d’aver innovato un modo di comunicare in direzione contraria ai “Vaffa” che ormai ci serrano da ogni parte trasformando il linguaggio in un dialetto da taverna.

* * *

Mi resta ancora da esaminare i tre quesiti proposti ai tavoli delle firme da Beppe Grillo. Molti che hanno firmato distinguono infatti la firma di quei quesiti dall’adesione al “grillismo”.

La distinzione è assolutamente legittima: si può firmare anche valutando il movimento dei “Vaffa” per ciò che è. Ma esaminiamoli nella sostanza quei tre quesiti.

Il primo stabilisce che tutti i cittadini che concorrono a cariche elettive debbano essere scelti attraverso elezioni primarie preliminari. Questo principio mi sembra meritevole di essere accolto. Il Partito democratico, tanto per dire, ha deciso di farlo proprio. Tutto sta a come saranno organizzate queste primarie. Grillo per esempio ha definito una “mascalzonata” l’esclusione di Pannella e di Di Pietro dalle candidature per la leadership del Pd, ignorando che entrambi fanno parte di altri partiti e anzi li guidano e non hanno accettato di abbandonarli all’atto della candidatura. Come se un nostro condomino, invocando questa qualifica, pretendesse di decidere assieme a noi e ai nostri figli questioni strettamente familiari. Dov’è la logica?

Il secondo quesito vieta ai membri del Parlamento di farne parte per più di due legislature. Questo divieto è una pura sciocchezza. Ci obbligherebbe a rinunciare ad esperienze talvolta preziose. Forse anche a molti vizi acquisiti durante l’esercizio del mandato. Ma quei vizi non possono essere presupposti e affidati all’automatismo di una norma. Spetta agli elettori discernere tra vizi e virtù e decidere del loro voto. Per di più una norma automatica del genere sarebbe incostituzionale perché priverebbe l’elettore di una sua essenziale facoltà che è quella di poter votare per chi gli pare. Che cosa sarebbe successo per esempio se nei primi anni Cinquanta fosse stato impedito agli elettori democristiani di votare una terza volta per De Gasperi, a quelli comunisti per Togliatti, ai socialisti per Nenni e ai repubblicani per Pacciardi o La Malfa?

Il terzo quesito - impedire ai condannati fin dal primo grado di giurisdizione di far parte del Parlamento - sembra a prima vista ineccepibile. Per tutti i reati? E fin dal primo grado di giurisdizione? La presunzione d’innocenza è un principio sancito dalla nostra Costituzione; per modificarlo ci vuole una legge costituzionale, non basta una legge ordinaria. I reati d’opinione andrebbero sanzionati come gli altri? Quando Gramsci, Pertini, Saragat, Pajetta, furono arrestati io credo che gli elettori di quei partiti li avrebbero votati e mandati in Parlamento se un Parlamento elettivo fosse ancora esistito e se quei partiti non fossero stati sciolti d’imperio. Personalmente ho fatto un’esperienza in qualche modo consimile: entrai alla Camera dei deputati nel 1968 sull’onda dello scandalo Sifar-De Lorenzo nonostante o proprio perché ero stato condannato in primo grado dal tribunale di Roma. Lo ricordo perché è un piccolissimo esempio di una proposta aberrante.

Questioni complesse - ha scritto il Grossman sopracitato - quando sono semplificate sopprimono la responsabilità personale dell’individuo e ottundono le sue capacità critiche. Ma è proprio a quelle capacità che è affidato il nostro futuro.

(12 settembre 2007)

Il comunismo postmoderno

admin 12 03, 2007

La recensione di Gianni Vattimo al libro di Toni Negri (Goddbye Mr Socialism). Da leggere e meditare

L’addio al socialismo (Goodbye Mr Socialism è il titolo, ed. Feltrinelli) di cui qui si parla non è affatto, come è ovvio per chi conosca Negri, una presa d’atto di ciò che purtroppo persino molta sinistra ormai sembra aver accettato, e cioè che non c’è altro sistema economico efficace fuori del capitalismo. Al socialismo, invece, si dice qui addio proprio perché si è lasciato affascinare (non certo per motivi estetici) dal modo di produzione capitalistico, rinunciando agli originari propositi di condurre l’umanità fuori dalla preistoria dello sfruttamento e della violenza. Il disastro del socialismo reale dell’Urss, culminato nella dittatura staliniana e nei suoi crimini sanguinosi, si spiega anzitutto in base a questo tradimento originario che, molto al di là delle personali scelte di Stalin, è stato reso necessario dall’assedio in cui fin dall’inizio il sistema sovietico è stato rinchiuso da parte delle potenze capitalistiche. È del resto qualcosa di cui tutti ci possiamo render conto facilmente: per portare la Russia feudale di inizio Novecento al punto di competere con gli Stati Uniti nella corsa allo spazio negli anni Cinquanta, era difficile non seguire la via di quella industrializzazione forzata che ha fatto perdere ogni contenuto libertario al sistema dei soviet: dell’originario programma leninista (comunismo è soviet più elettrificazione) è rimasto solo l’ideale dello sviluppo industriale accelerato, necessario per non essere strangolati dall’assedio del capitalismo (e tra l’altro, per battere Hitler nella seconda guerra mondiale). Non che Negri assolva così completamente Stalin e la classe dirigente sovietica che lo seguì; ma certo mostra quanto di oggettivamente inevitabile ci sia stato nella involuzione della Russia dalla Rivoluzione d’Ottobre fino alla caduta del muro di Berlino. Tutto è dipeso dal non aver creduto, o potuto credere, nella trasformazione radicale della società e anche nella creazione di quell’uomo nuovo sovietico che l’avrebbe dovuta produrre.

Il socialismo è dunque morto per suicidio, si è ridotto, nelle socialdemocrazie industriali, a un capitalismo di Stato che - appunto in quanto sempre fondato sull’idea del profitto, annacquata solo con qualche meccanismo redistributivo (Welfare ecc.) - mostra di non reggere ai ritmi del capitalismo «autentico» che cerca il profitto e che per questo ricostruisce continuamente strutture di dominio e di sfruttamento. La fine del socialismo, si potrebbe dire, mostra per Negri anche l’improseguibilità del capitalismo. Nella quale ha una grande parte proprio lo sviluppo delle tecnologie nell’era dell’informatica.

Come volete ancora, per esempio, che sia possibile difendere la proprietà intellettuale - di software, di brevetti farmaceutici, di musiche e film - nella società dove Internet tende a mettere tutto «in comune»? Persino fenomeni come Echelon - il sistema di intercettazione «universale» di messaggi che, diretto da Usa e Gran Bretagna, sorveglia ormai tutta la nostra vita - non permette più di pensare alla distinzione tra pubblico e privato nei termini tradizionali; e se non vuole trasformarsi in una orrenda macchina orwelliana, richiede un ripensamento di tutto il sistema sociale. Che in fondo dovrebbe ricuperare l’originale ideale dei soviet - dei consigli di cittadini coinvolti in prima persona nella direzione collettiva della cosa pubblica.

Negri, che ha pubblicato di recente un altro grosso libro «programmatico», Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale (Rizzoli), conta molto sulla potenza delle nuove tecnologie in direzione della affermazione di ciò che egli chiama «il comune», ciò che non è privato ma neanche pubblico nel senso tradizionale, cioè statale. Comuni sono certi beni che, come nelle società preindustriali, e oggi ancora in certe forme comunitarie di culture non completamente europeizzate (le società andine, per esempio), sono a disposizione di tutti (una volta i pascoli comunali, per esempio). Acqua e aria pulita sono beni «comuni» di questo tipo, che tendono a esserlo sempre meno se non cambia l’ordine capitalistico in cui ancora viviamo. Un comunismo «sovietico» nel senso originario della parola sembra oggi più possibile di quanto non fosse a inizio Novecento: per esempio (come aveva suggerito un bel libro di Aldo Schiavone di molti anni fa) in una società in cui tutti abbiano accesso alla rete informatica è più facile evitare la burocratizzazione di partiti e strutture statali che ha soffocato le società socialiste, giacché si possono mettere in comune molte più informazioni e così anche democratizzare molte decisioni di interesse generale.

Il pensiero post-modernista, di cui Negri ingiustamente diffida, forse perché troppo influenzato da autori anglosassoni, o dallo stesso Habermas - che però lo demonizzano proprio come nemico di quella «modernità» che neanche a Negri dovrebbe piacere tanto (stalinismo è stato anche «modernizzazione») - ha lavorato proprio su questo terreno, dell’apertura a nuove forme di vita individuale e collettiva meno centrate sul soggetto proprietario e forse anche meno legate agli ideali «politici» della modernità. Proprio in quanto post-modernisti, potremmo dire, ci sentiamo di scusare l’assenza di programmi strettamente politici dal discorso di Negri. Quando parla delle moltitudini e dei sintomi di un loro risveglio in varie forme e in varie parti del mondo (no global, esperienze cooperative di base ecc.) sembra che le sue tesi sfumino in una sorta di attesa mistica di un rinnovamento che - giustamente, del resto - non può identificarsi con la fondazione di un partito o con la presa di qualche Palazzo d’Inverno. Forse solo il postmodernismo (e penso proprio a Nietzsche e a Heidegger, che Negri bolla come reazionario) può aiutarci a pensare una «rivoluzione» che non pretenda di dar luogo a un nuovo «ordine» rigidamente stabilito e formalizzato (come in fondo lo vorrebbe Habermas), ma che accetti di preparare, con uno stile un po’ più ironico e anarchico, nuove forme di esistenza delle quali, per ora, abbiamo solo un vago sentore.

Gianni Vattimo - www.giannivattimo.it
La Stampa
16 gennaio 2007