Archivio della categoria 'Confronti'

L’altra casta

admin 03 08, 2007

da L’Espresso
di Stefano Livadiotti
Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti
Non trattiamo con la calcolatrice… Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d’Italia non è l’unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l’annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco. Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c’è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.

Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev’essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori. Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l’approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. “È antisindacale”, tuonò con involontario umorismo l’ex capo cislino Sergio D’Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. “È il sindacato che detta tempi e modalità”, titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale ‘Sole 24 Ore’, all’indomani dell’accordo sullo scalone pensionistico.

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. “Il giro d’affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire”, sparò nell’ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, “e il nostro è un calcolo al ribasso”. Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d’Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro. E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant’altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell’ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

Il sostituto d’incasso
La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil (”I tre porcellini”, come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D’Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l’1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all’anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell’Inps, parla di almeno un miliardo l’anno. Secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell’esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s’intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti. Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l’Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro. E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l’ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato parere contrario. E l’emendamento è colato a picco.

Lo strapotere dei Caf
I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l’Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci. Anche in questo caso, secondo i conti che ‘L’espresso’ ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un’altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali). Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l’incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all’Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull’argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto.

Intoccabili patronati
Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l’Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall’Africa al Nordamerica passando per l’Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell’indirizzare il voto degli italiani all’estero. Nel 2000 i radicali hanno lanciato l’ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l’armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: “Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni”, sostiene Cazzola. Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l’ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l’assegno le ha sempre curate l’amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato). Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l’Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, l’Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l’Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l’Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.
Forza lavoro gratuita
È quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell’intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.

Business formazione
Dall’Europa piove ogni anno sull’Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell’ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s’è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l’osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.

Casa mia, casa mia
L’assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull’immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell’epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria. “Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma”, afferma l’amministratore della Cgil, “deve trattarsi di una cifra davvero impressionante”. La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l’unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.

Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. “Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti”, ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.


Pietro Ichino su l’altra casta

L’ultimo numero dell’Espresso sferra un duro attacco contro i sindacati: «L’altra casta» è il titolo di copertina, sotto le immagini dei tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Imputazione principale: una ricchezza eccessiva, che verrebbe scorrettamente alimentata con il denaro pubblico.

Ma la requisitoria su questo punto non è molto convincente. L’Espresso imputa alle confederazioni maggiori di avere beneficiato, negli anni ‘70, della distribuzione del cospicuo patrimonio immobiliare del disciolto sindacato nazionale fascista; ma non dice a chi mai avrebbe dovuto essere assegnato quel patrimonio, se non agli eredi delle libere associazioni sindacali che nei primi anni ‘20 avevano visto le proprie sedi messe a ferro e a fuoco dagli squadristi in camicia nera ed erano state poi espropriate e soppresse dal regime.

Quanto ai contributi pubblici per i servizi resi dai sindacati ai lavoratori, mediante i patronati per le pratiche previdenziali e i Caaf per le dichiarazioni dei redditi, una critica attendibile dovrebbe basarsi su di una valutazione rigorosa del costo e del valore di quei servizi, di cui beneficiano quotidianamente — con un buon grado medio di soddisfazione — milioni di lavoratori (tutt’altro è il discorso sui contributi pubblici per i servizi di formazione professionale, dove gli sprechi sono enormi, ma la responsabilità prioritaria è delle Regioni e il ruolo gestionale dei sindacati è per lo più marginale).

Una «questione sindacale» in Italia oggi esiste eccome; ma essa ha ben poco a che vedere con quella del «costo della politica», sollevata da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo con la loro denuncia contro «la casta».

La vera questione sindacale è quella di un sistema di relazioni industriali opaco e vischioso, consolidatosi nell’arco di sessant’anni in contrasto con una norma della Costituzione, l’articolo 39, senza che questo sia mai stato né abrogato né riscritto.

Un sistema che favorisce il frazionamento della rappresentanza sindacale, garantendo gli stessi diritti di proclamazione dello sciopero, di assemblea e di permessi retribuiti anche a sindacati cui aderisce meno dell’un per cento dei lavoratori; ma non garantisce affatto un vero pluralismo sindacale: l’assenza di regole sulla rappresentanza e il depotenziamento del patto di tregua — per cui qualsiasi lavoratore può aderire a uno sciopero proclamato anche il giorno dopo la stipulazione del contratto — penalizzano chiunque si proponga di contrapporre un modello di relazioni cooperative a quello tradizionale di relazioni conflittuali, privilegiando di fatto chi è capace di strillare più forte.

Gli apparati sindacali centrali vogliono — e questo non sorprende — un sistema fortemente centralizzato, nel quale dunque quasi tutto si decide a un tavolo romano; ma non è chiaro chi abbia titolo per sedere a quel tavolo e in rappresentanza di chi.

Ciò comporta alcune anomalie evidenti in sede di concertazione tra governo e sindacati, denunciate lucidamente da Bernardo Mattarella in un altro articolo sull’Espresso, questo sì centrato su di una questione cruciale. Ciò comporta pure che rappresentanze espresse quasi esclusivamente dai lavoratori regolari e dagli imprenditori del Centro-Nord possano negoziare contratti destinati ad applicarsi inderogabilmente su tutto il territorio nazionale, anche se incompatibili con lo sviluppo delle regioni del Sud. Ma sulle sabbie mobili di un diritto sindacale così incompiuto è ben difficile costruire soluzioni alternative.

Sarebbe auspicabile che il sistema di relazioni sindacali fosse capace di darsi da sé le regole che oggi mancano. Ma se esso non ne è capace, deve essere il legislatore a farlo. Questo accade in tutti i Paesi civili; non si vede perché non debba accadere anche nel nostro.
PIetro Ichino ( Corriere della Sera, 7 agosto)

I giovani e la politica

federico 29 03, 2007

Bravissima Monica!!! Hai utilizzato questo blog per dire la tua e dire ciò che pensi di questo momento così particolare per la politica orvietana e nazionale. Il problema fondamentale è che il ” nuovo” non piace subito a tutti, il nutrire perplessità e dubbi è più che legittimo, io pure ne ho, però noi giovani proprio perchè non abbiamo alle spalle una militanza “storica” nei vari partiti, il nostro pensiero non ha subito filtri, è sincero e questo il nostro elettorato lo ha capito! E lo hanno capito anche quelle persone che ora sono scettiche verso il Partito democratico, spetta a noi coinvolgerle in questo nuovo percorso, solo così il Pd sarà in grado di imporsi nella politica nazionale e locale. Non siamo strumentalizzabili, la forza della nuova generazione DS è l’ unione, quell’ unione che, ahimè, sta mancando all’ interno del nostro partito, come tu stessa affermi. Spero tanto che non ci siano scissioni, questo farebbe perderci forza, credibilità e soprattutto agevolerebbe la destra. Serve uno “scatto” per andare al di là dei soliti partiti, rivedere gli schemi rigidi della nostra politica e fare un’ altra politica, quella capace di stare vicina alla gente e capire i suoi bisogni. Le persone non vogliono mica la luna! Ma non è neanche umanamente possibile andare da loro “solo” a chiedere il voto! Uno dei punti salienti della mozione Fassino è il coinvolgimento di movimenti, associazioni, cittadini desiderosi di ascoltare e dire la loro, contribuendo ed arricchendo questo nuovo partito. Un bell’ ostacolo da superare è il sovrapporsi dei personalismi esistenti nei territori ed il significato più profondo che ha in sè il Pd. Ecco perchè si deve tornare a parlare alla gente! Consiglio il 27 di andare all’incontro di formazione politica al Palazzo dei Sette, molto interessante. Servirà ai più e meno giovani a capire ed avvicinarsi alla politica e capire moltissime cose. Vedi Monica, quello che sta vivendo Orvieto è un periodo di ” riflessione” per poi ripartire guardando al futuro prossimo proprio come il nostro partito a livello nazionale. Vigiliamo e cerchiamo di aiutare a far passare questa fase transitoria e compattare le forze riformiste nel Pd!

Alla prossima, ciao, Fede.

Il partito dei giovani

federico 29 03, 2007

Grazie molte Simone per aver partecipato al dibattito sulla nascita del Pd. Spero anche che sempre più persone aderiranno scrivendo proprie riflessioni..Il fatto è caro Simone che era da diverso tempo che ad Orvieto si dovevano vedere e farsi sentire i giovani. Considera che il Segretario del partito, Trappolino, è un ragazzo veramente in gamba, serio, appassionato e laborioso e la nuova generazione DS è un gruppo compatto che crede non solo nel Pd, ma in un modo completamente diverso di fare politica! Dove l’ elemento caratterizzante è la partecipazione popolare, il cittadino deve essere protagonista della vita cittadina e nazionale. Come giustamente hai detto le persone sono interessate a questo passaggio di “svolta”, si percepisce la loro attenzione e la loro speranza, sta a noi ora tradurre questo in fatti. Intanto è iniziato un ciclo di lezioni sulla formazione politica, essenziale ed estremamente importante per avviare una fase progettuale. Nei vari organismi di partito sono stati inseriti tanti giovani, segno tangibile anch’ esso di cambiamento e comunque va dato atto ad alcuni dirigenti di aver puntato e creduto su questo rinnovamento, che non era affatto scontato! Il Pd sarà un banco di prova esaltante, perchè, credimi Simone, questi giovani sono motivatissimi e desiderosi di fare molto per la nostra città.. le premesse ci sono tutte, facciamo passare questa lunga fase congressuale e che poi inizi una nuova era con i giovani al centro! Ti invito a partecipare, le perplessità si superano con la voglia di agire!

Alla prossima, Fede.

Liberalizziamo la politica

admin 15 03, 2007

L’amico Dante Freddi ritorna con una riflessione sulla “liberalizzazione” della politica. Siccome ritengo sia il suo un pensiero meritevole di attenzione, lo metto in bella evidenza sollecitando ulteriori contributi ringraziando al contempo Dante per i toni di stima a noi rivolti.

«Anche ad Orvieto la politica deve essere “liberalizzata”…Una liberalizzazione che, restituendo fluidità e libertà alle relazioni, contribuisca a ricomporre la frattura tra politica e società».Gran bel pensiero questo, che conclude il documento con cui alcuni giovani diesse orvietani hanno sottoscritto la mozione Fassino. Contiene uno stimolo al cambiamento che vale per tutti, al di là dei diesse, e che suscita una riflessione.

Restituire “fluidità e libertà alle relazioni” credo significhi che ciascuno va valutato per quello che esprime e che fa, non per collocazioni artificiose all’interno di nicchie di potere, di correnti o cricche.
Di nuovo in primo piano, invece, le donne e gli uomini, persone e non tessere o voti.
Le relazioni personali non devono essere i segni di un marchio indelebile che segna un’appartenenza, ma devono potersi svolgere “fluidamente”, come è più naturale in un ambito sociale limitato come il nostro, dove il “prossimo” è davvero vicino.

Questo sembra un dato scontato, quasi banale, inutile da affermare, ed è invece giusto evidenziarlo con convinzione, perché chi vive a contatto con la politica sa che i valori con cui si è osservati non prescindono dall’appartenenza o dalla familiarità o addirittura dalla frequenza. “E’ amico di…” costituisce una semplificazione inaccettabile, che produce analisi ed atteggiamenti sbagliati e che va scardinata dalla mentalità bacata e provinciale di tanti politicanti nostrani, insospettiti anche dal movimento dell’aria intorno a loro.

Sarebbe un piccolo passo innanzi per contribuire a ricomporre almeno nella nostra comunità la frattura tra la politica e la gente e tra la gente nella politica. E’ un frattura aperta da secoli e in queste cose eccelliamo.
Lo ricorda anche Dante, Dante Alighieri: Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:color già tristi, e questi con sospetti!”

Se posso permettermi una nota personale, ritengo che la liberalizzazione della politica dovrebbe implicare, almeno in questa fase:

  1. Una nuova classe dirigente;
  2. La fine dei monopoli ;
  3. La creazione di una Authority Democratica (composta dai cittadini) chiamata ad indicare e quindi prevenire l’abuso di posizione dominante e sorvegliare (in stile popperiano) i governanti;
  4. la costituzione di un Pubblico Albo delle Memorie Volatili (per ricordare alla classe dirigente promesse, dichiarazioni, impegni, ecc.ecc) non mantenute;
  5. L’Albero del “Cui Prodest - Da mettere a dimora per festeggiare provvedimenti locali rivolti a generare il massimo benessere, per la maggior parte della popolazione, con i minimi passaggi possibili, con effetto moltiplicatore anche per quel che concerne l’incremento di conoscenze, competenze, ecc.

Meritocrazia 2: intervento di Simone

admin 07 03, 2007

Simone (l’autore del corsivo su Orvietosì) ha accolto il nostro invito ribadendo e chiarendo il suo pensiero. Mi riservo di commentarlo successivamente (e invito anche gli altri a partecipare alla discussione). Sono tuttavia contento che Simone nulla abbia da eccepire rispetto ai contenuti del documento da noi proposto. Adesso lasciamo spazio al suo ragionamento.

Accolgo volentieri l’invito ed entro subito nel merito della tesi per sottolineare che anche io avrei sottoscritto la lettera-adesione.
Ineccepibile in ogni passaggio, perfettamente in linea con quello che penso, racchiude tutto quanto quello che ogni orecchio “moderatamente di sinistra “vorrebbe sentire. Principi “alti” che vanno a toccare nei punti giusti le coscienze. Niente di meglio per stimolare alla prtecipazione anche chi come me segue la politica, ma non interviene in prima persona.
Peccato che se associo quello che c’è scritto, con gli autori, mi venga da pensare quello che è stato pubblicato. Per farla breve, si predica bene ma si razzola male.Ho provato sulla mia pelle la meritocrazia di Orvieto, e ribadisco che molti farebbero bene a non parlare dell’argomento.
Non parlerei proprio di oltraggio, ho solo detto cose che ad Orvieto pensano quasi tutti, provate a fare un sondaggio e poi ne riparliamo.
Si possono fare anche degli esempi di assunzioni strane, non c’è problema.
Non è mia intenzione polemizzare, mi piace solo confrontarmi con chi è della mia parte politica.

scusate la “maritocrazia” del titolo (ora corretto): una mia svista “freudiana” (vittorio)